Il progetto “The Quarry as a Stage” di Elisa Valentina Botti vince la prima edizione del Premio AMA, promosso da Accademia Mendrisio Alumni

Il progetto vincitore della prima edizione del Premio AMA, promosso dall’associazione Accademia Mendrisio Alumni, affronta un tema particolarmente vicino alla cultura della pietra: il futuro dei paesaggi estrattivi dismessi.

La vincitrice è Elisa Valentina Botti, architetta dell’Atelier Miller, per il progetto “The Quarry as a Stage: Reactivation of a Post-Industrial Void”. Il riconoscimento, nato in occasione del 30° anniversario dell’USI – Accademia di architettura di Mendrisio, premia i progetti di Diploma capaci di interpretare con maggiore consapevolezza il tema dell’architettura territoriale.

Al centro della ricerca di Elisa Valentina Botti c’è la Cava di Zona Partus, in Valle Onsernone, riletta come infrastruttura culturale e territoriale per la società contemporanea. La cava, da topografia residuale legata alla storia produttiva del territorio, diventa un luogo sperimentale per le arti performative nell’ambito di una Biennale d’Arte Contemporanea diffusa.

La forza del progetto sta nella capacità di lavorare con l’identità fisica del sito. Le pareti rocciose, il vuoto generato dall’attività estrattiva e le infrastrutture ancora presenti vengono assunti come elementi attivi della nuova configurazione spaziale. L’intervento si articola infatti attorno a due gru provenienti dal contesto estrattivo, utilizzate come struttura portante dell’intero sistema e come dispositivi di movimentazione scenica. Una delle due sostiene una tensostruttura mobile e riconfigurabile, ancorata alle pareti della cava, mentre la platea si sviluppa lungo i bracci statici dell’altra attraverso una struttura tridimensionale in metallo.

Il progetto riprende la concezione teatrale di Adolphe Appia, fondata sulla centralità del corpo e sulla tridimensionalità dello spazio scenico. In questo modo, la cava viene interpretata come una vera architettura naturale e infrastrutturale: un ambiente in cui pietra, macchine, corpo e scena costruiscono un nuovo equilibrio tra memoria produttiva e uso collettivo in nome dell’arte.

Ma il progetto di Botti assume un valore che supera il singolo caso studio: la cava diventa occasione per interrogarsi sul destino dei luoghi estrattivi, sulla possibilità di mantenerne leggibile il carattere infrastrutturale e sulla capacità dell’architettura di attivare nuove funzioni senza cancellare la memoria materiale del sito. Per il settore lapideo, è un tema centrale: i luoghi della pietra sono parte di una filiera produttiva, ma anche paesaggi culturali, depositi di memoria e spazi potenti e potenziali per nuove forme di relazione tra territorio, progetto e comunità.

La vincitrice ha ricevuto l’opera “Origine del possibile”, appositamente realizzata dall’artista Arcangelo Sassolino, che lavora da sempre sul rapporto tra materia, forza e trasformazione, spessissimo proprio con la pietra naturale. La sua opera dialoga idealmente con il senso del premio e con la responsabilità affidata ai nuovi architetti: trasformare idee e pensieri in realtà costruite, capaci di misurarsi con i luoghi e con le forze che li attraversano.