Con Mother, il regista e drammaturgo texano pone l’ultimo capolavoro di Michelangelo al centro di un’opera visiva e sonora nel Castello Sforzesco.

L’icona dell’arte di Milano, insieme al Cenacolo, nonché uno degli apici assoluti della scultura marmorea, torna più attuale che mai. Mother apre un dialogo attraverso i secoli, ricongiungendo il design contemporaneo del Salone del Mobile (committente dell’opera) con un pilastro dell’arte rinascimentale. Robert Wilson, definito dal New York Times “l’artista teatrale d’avanguardia dell’America – o addirittura del mondo”, ha scelto come soggetto per la sua ultima pièce la Pietà Rondanini.

Si tratta della Pietà a cui Michelangelo lavorò per oltre dodici anni, fino a – si dice – pochi giorni prima della sua morte, avvenuta nel 1564. Nacque così una rappresentazione della morte intrisa della morte dell’autore stesso, in cui la transizione dalla pietra grezza alle membra di Cristo è fossilizzata nella sua incompiutezza, conferendo unicità e drammaticità all’opera. La scultura fu custodita nel Museo del Castello Sforzesco in un celebre allestimento dei BBPR dal 1956 al 2015, quando fu spostata nella sala dell’Ospedale Spagnolo (sempre all’interno del complesso del Castello) progettata da Michele De Lucchi.

È qui che si trova l’opera di Robert Wilson Mother, ambiente buio in cui luci proiettate sulla scultura ne svelano in modo lirico la matericità ed espressività, con l’accompagnamento di un’interpretazione vocale e strumentale della preghiera medievale Stabat Mater ad opera del maestro compositore estone Arvo Pärt. “Quando ho visto per la prima volta la Pietà Rondanini, sono rimasto seduto davanti a lei per più di un’ora. Poi ho cominciato a camminarle intorno. Ho percepito un’energia potente, una presenza quasi mistica”, racconta il drammaturgo.

Si ha la possibilità di fare lo stesso – con il valore aggiunto della mediazione di WIlson e Pärt – fino al 18 maggio, prenotandosi in anticipo al seguente link.