Il velo di Antonio Corradini e la fotografia di Luigi Ghirri in un dialogo sul limite del visibile alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia
La sfida della mostra Disapparire. Antonio Corradini e Luigi Ghirri, visitabile fino al 12 aprile 2026 alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, è mettere in discussione l’atto del vedere attraverso i due medium apparentemente opposti della scultura in marmo e della fotografia, tramite le voci di due artisti altrettanto distanti ma egualmente eccezionali.
Come possono dialogare, citando Exibart, “uno scultore barocco ossessionato dal virtuosismo del marmo” e “un fotografo concettuale che ha fatto proprio dell’anti-spettacolarità il proprio lessico”? Ovvero, il maestro del drappeggio scultoreo, che ha dato vita al celeberrimo Cristo Velato della Cappella Sansevero di Napoli (che fu poi ultimato da Giuseppe Sanmartino, dopo la morte prematura di Corradini nel 1752) e il capostipite indiscusso della fotografia italiana di paesaggio?
Nel cuore della città poetica per antonomasia, una visione surreale dove ogni immagine è già riflesso e il tempo pare essersi fermato, la Fondazione ha realizzato un ambiente sospeso e onirico, celando le pareti con tendaggi bianchi che risuonano con la nebbia delle immagini di Ghirri e richiamano i drappeggi scolpiti da Corradini. Il contrasto netto tra i linguaggi viene così sfumato in una risonanza inaspettata, che riporta la riflessione su ciò che li accomuna: la capacità di mostrare celando.
La mostra, curata da Elisabetta Dal Carlo, Lara Marchese, Marta Savaris e Babet Trevisan con Monica De Vincenti, riporta la pietra al centro della proposta culturale veneziana, che aveva già ospitato lo scorso anno il PNA Forum, incontro internazionale dedicato alla pietra italiana promosso dal network della Pietra Naturale Autentica. Il progetto infatti nasce dal ritrovamento nei depositi della Fondazione di un medaglione in marmo raffigurante un volto femminile velato, attribuito a Corradini, esposto assieme al bozzetto in terracotta per il Cristo Velato e a un busto in marmo, un’ulteriore Fede Velata. Come afferma il testo della Fondazione Querini Stampalia, si tratta di “tre variazioni di un medesimo gesto, tre tappe nella ricerca di un autore capace di rendere il marmo impalpabile, vibrante, trasparente come aria.”
Il velo di Corradini, prosegue il testo, “non è un espediente virtuoso, ma una soglia concettuale tra materia e spirito, tra la presenza fisica e la sua dissolvenza. È il marmo che si nega, che respira, che trattiene e libera la forma.” O, come scrive Exibart, “Il marmo, sotto le sue mani, non afferma la propria solidità, ma piuttosto la nega, la mette in dubbio davanti agli occhi stupiti dello spettatore. La pietra diventa luce trattenuta, superficie vibrante, materia che sembra sul punto di scomparire.”





