Il direttore della Biennale di Architettura elogia il progetto di Ensamble Studio scavato nella pietra marés di Minorca.
“Entrare a Can Terra è come vagare in una cattedrale dell’assenza.” Così afferma Carlo Ratti, ingegnere e architetto, direttore della Biennale di Architettura di Venezia e docente al MIT di Boston e al Politecnico di Milano, che ha abitato e raccontato lo spazio in un articolo del 7 dicembre su La Repubblica.
Se Ratti parla di “rovina moderna all’inverso”, di “campeggio di lusso in una tenda monumentale e pietrificata”, i progettisti Anton García-Abril e Débora Mesa di Ensamble Studio la definiscono semplicemente “la casa della terra”. Si tratta di una cava di pietra marès abbandonata a Minorca, trasformata in spazio culturale e abitativo sperimentale con il minimo intervento possibile.
Oltre ad aggiungere mobiletti su misura, ponticelli sospesi, poltrone sacco e una cucina modulare, è stata mantenuta la logica estrattiva del luogo, che ne genera i tagli ortogonali netti: un lavandino e un piatto doccia sono stati direttamente scavati nella pietra, mentre un vecchio bacino di raccolta dell’acqua piovana è diventato piscina naturale.
“La prima sorpresa di Can Terra è quanto sia confortevole dal punto di vista climatico”, dice Ratti, impressionato dall’azione come massa termica del volume in pietra che rende superflui condizionatori o stufe. “Si tratta di una lezione importante per i progettisti di oggi: per quanto alta la risoluzione, nessuno schermo led può replicare la coreografia della luce naturale” e, si può aggiungere, la potenza della pietra naturale.
Ratti elogia “l’intreccio tra naturale e artificiale”, citando anche Sunstone di Ensamble Studio e Stonecrust di Andrés Jaque, esposte alla scorsa Biennale di Architettura: una semisfera sospesa realizzata proprio con la pietra di Can Terra e un mosaico di rocce ricoperte di batteri. L’architetto nota che si tratta di una sensibilità in forte crescita, non solo in architettura ma in tutta la cultura pop: “il design contemporaneo sembra flirtare sempre di più con il primitivo”, e la pietra si offre come materiale perfetto per incarnarlo. Ratti riflette chiedendosi “se i nostri corpi ‘ricordino’ ancora questo tipo di dimora […] come un’eco lontana di quegli antenati talaiotici che un tempo scolpirono le loro vite in queste pietre.”
Il direttore della Biennale conclude che “forse proprio questo è il richiamo profondo di Can Terra – e della più ampia ‘sensibilità paleo’ che essa evoca ed incoraggia. In un’epoca dominata da schermi scintillanti e interfacce digitali, la ruvidezza della pietra è un piacevole antidoto”.
Il lavoro quindi non è mai un atto di forza da parte dell’uomo sulla pietra: Bosco cerca di intervenire quanto basta, con la levigazione di superfici perfette e il loro rivestimento in oro zecchino, per valorizzare il frammento di marmo in quanto tale e ricavarne la perfezione insita. Nelle sue opere la pietra non viene plasmata, ma ascoltata: l’artista ne svela le tensioni interne, lasciando emergere una forma che sembra già presente nella materia. Proprio come il maestro Michelangelo, non fa che “Levar il superfluo dal blocco di marmo per liberare la statua già presente”. È un lavoro di dialogo e rivelazione, in cui la bellezza nasce dal rispetto per l’origine minerale del mondo.
Nell’edizione speciale de La Lettura del Corriere della Sera #724 del 12 ottobre questa dialettica tra peso e luce, tra materia e spirito, si estende nel linguaggio del virtuale. Il blocco di marmo scolpito e filmato da Bosco si trasforma in un NFT certificato su blockchain: un nuovo modo per custodire la memoria della pietra e del suo processo di trasformazione.










