Dalla cava di Herzog & de Meuron alla cattedrale di Mario Botta: la pietra definisce le cantine più raffinate del Bordeaux.

Bordeaux non è solo una terra di grandi vini: è anche un laboratorio di architettura contemporanea, e di pietra naturale. L’itinerario raccontato da Katrin Cosseta su Interni (30 settembre 2025) esplora proprio questo dialogo, con un percorso in bicicletta tra cantine firmate che trasformano il vino in esperienza culturale e paesaggistica. Nel corso del viaggio, da Bordeaux alla Rive Droite della Dordogna, ben due cantine incarnano, grazie ai progetti di maestri dell’architettura, la simbiosi tra pietra e vino attraverso l’arte del costruire. 

La prima è Château Bélair-Monange, Premier Grand Cru Classé di Saint-Émilion, progettato da Herzog & de Meuron. Qui, come sottolinea Interni, la pietra calcarea dorata del plateau locale diventa protagonista: le nuove cantine in calcestruzzo chiaro, leggermente interrate, dialogano con la casa ottocentesca in pietra esistente e richiamano le cave monolitiche e le chiese romaniche del borgo. L’architettura è “minerale”, secondo Jacques Herzog, con travi di copertura che evocano i solchi della viticoltura romana e pareti texturizzate che riportano dettagli ingigantiti di incisioni cinquecentesche di Dürer, replicati anche sulle etichette del vino. L’uso della pietra e del calcestruzzo non è solo estetico: garantisce condizioni climatiche stabili per la vinificazione e stabilisce un dialogo materico tra antico e contemporaneo. Conclude Cosseta: “La mineralità calcarea che si percepisce nel calice rimbalza tra i sensi, in perfetta concordanza con la trama materica dell’architettura.”

La seconda cantina, Château Faugères, progettata da Mario Botta, è definita da Interni come la “Cattedrale del vino”. Qui la pietra naturale gialla scandisce le geometrie rigorose dell’edificio, mentre la torre centrale, simile a un campanile, dialoga con il paesaggio ondulato dei vigneti. Lo zoccolo parzialmente interrato ospita la produzione e le barrique, mentre la terrazza panoramica permette di osservare la continuità tra l’architettura e la natura circostante. Il rigore del progetto è stemperato da tagli e fenditure che modulano la luce e valorizzano la texture della pietra, come sempre nella poetica di Mario Botta.

In entrambe le cantine, la pietra non è semplice rivestimento o riferimento, ma significato: in un contesto di estrema eleganza e cura sensoriale, la scelta di un materiale eloquente come la pietra da parte di alcuni dei migliori progettisti al mondo è una scelta forte — e azzeccata.

Il lavoro quindi non è mai un atto di forza da parte dell’uomo sulla pietra: Bosco cerca di intervenire quanto basta, con la levigazione di superfici perfette e il loro rivestimento in oro zecchino, per valorizzare il frammento di marmo in quanto tale e ricavarne la perfezione insita. Nelle sue opere la pietra non viene plasmata, ma ascoltata: l’artista ne svela le tensioni interne, lasciando emergere una forma che sembra già presente nella materia. Proprio come il maestro Michelangelo, non fa che “Levar il superfluo dal blocco di marmo per liberare la statua già presente”. È un lavoro di dialogo e rivelazione, in cui la bellezza nasce dal rispetto per l’origine minerale del mondo.

Nell’edizione speciale de La Lettura del Corriere della Sera #724 del 12 ottobre questa dialettica tra peso e luce, tra materia e spirito, si estende nel linguaggio del virtuale. Il blocco di marmo scolpito e filmato da Bosco si trasforma in un NFT certificato su blockchain: un nuovo modo per custodire la memoria della pietra e del suo processo di trasformazione.